Fermo immagine di Alberto Abbà

Vedi caro

Caro Francesco Guccini, eterno studente, chierico vagante, burattinaio di parole, ti ascolto da quarant’anni o giù di lì, dai tempi dell’incoscienza dentro il basso ventre e dalle chitarre in campeggio. Scoprivo il dolore per una vita fuggita su una strada lunga e diritta, l’atrocità di un bambino nel vento e quel Dio che se muore è solo per tre giorni, come ci dicevano anche a catechismo. 
A 20 anni si è stupidi davvero, ma si indossa un sorriso, fra fossette e denti, come un maglione sformato su un paio di jeans. Gli innamoramenti per Samatha, per Silvia, per la piccola Ophelia vestita di bianco. Per Rossana e Dulcinea, amori impossibili, fra la penna di Cirano e i sogni matti di Don Chisciotte. Mi sembra di vederli il vestito di percalle e il bikini amaranto. Lo sento il rumore dei piatti ore pasti e quel tic tac di sveglia che enfatizza ogni secondo. Immaginare di fuggire su un aereo che porta lontano.
L’odore di strade deserte e il colore di nuvole basse. La Marlboro di alibi. Occhi come carta assorbente e lacrime che si aggiungono al latte di quel tè. Le stoviglie color nostalgia. I ciuffi di parietaria attaccate ai muri. Il diritto alla felicità. Ho viaggiato fra i fiori tropicali in Asia, su quel treno in Argentina, a Bisanzio. In una Venezia che muore, nella Bologna busona e ritornato infine alla mia piccola città. Ma bella più di tutte è l’isola non trovata. Chissà come sta la tua signora e i gatti e questo tempo che non si rimette ancora.  La locamotiva non corre più e i treni son sempre in ritardo, ognuno con le sue giustificazioni. Tanto lo sappiamo che quel vizio che ci ucciderà non sarà fumare o bere... Caro maestrone, non andare, vai, non restare, stai. D’altra parte nessuno ha mai chiesto di scegliere, neanche all’aquila o al topo. Fai buon viaggio Francesco, con quel bagaglio già pronto da tempo, quello di un uomo prudente, poco o niente. Prima però, lo sai che ci piaccion le fiabe, raccontane altre.