Fermo immagine di Alberto Abbà

È stata un'Odissea

La storia delle storie. In cui ci si può rituffare ogni volta, con qualsiasi scusa. Anche quella portata da un film, accompagnato da elogi, polemiche e fiumi di parole.
Fedele all’originale? Non credo. Ma fedele a cosa o a chi, se neanche la paternità dell’autore è mai stata troppo certa. 
Se c’è una cosa che ho imparato dalle storie è che ognuno si prende il proprio pezzo. Lo veste su di sé e lo fa suo. Non serve essere eroi, né per forza andar per mare. 
Il ritorno ad Itaca racconta di un viaggio, che non si misura in miglia e distanze, ma in chi siamo prima di partire e in chi saremo dopo.
In quel tempo e in quello spazio, Ulisse siamo noi, soli con i nostri pensieri, problemi e responsabilità e dentro ad un universo che non abbiamo scelto. Spinti verso il raggiungere una meta, con o senza qualcuno ad aspettarci. Sulla nostra mappa non sono già segnati i punti dove si trovano mostri, tranelli e imprevisti e lì sopra il navigatore può indicare la via più breve, non la più semplice. 
Gli incontri possono essere la nostra fortuna quando rispecchiano la bellezza che non sempre sappiamo riconoscere o quando ci spingono ad essere davvero chi siamo. 
Oppure la nostra dannazione, che ci trasforma in animali o anestetizza nell’illusione di non sentire tutto il dolore che c’è. Siamo chi siamo, a volte riceviamo in dono un fiore, a volte ci lanciano pietre. Cediamo alle tentazioni, alle debolezze, alle paure. Fragili e umani. Forse troppo, se riduciamo sempre tutto all’io e non riusciamo più a guardare cosa succede intorno. 
Lasciarsi andare, senza tutto programmato e coscienti di non sapere e ricordandoci da dove siamo partiti. 
Buttiamoci nelle storie, prendiamone spunto. L’idea e la messa in scena di altri non è la nostra. 
Itaca non cambia se partiamo oppure no. Noi sì.